Il bere no low si fa strada e così nuovi player di mercato con visioni innovative e profondamente valoriali. Tra queste Nomora si presenta come una delle realtà più interessanti del panorama italiano. Alla guida, Paolo Repetto, che con oltre vent’anni di esperienza nel mondo del vino ha deciso di dare forma a un’idea nuova: creare un’alternativa alcol-free che non fosse un compromesso, ma un’esperienza autentica e raffinata.
In questa intervista ci racconta da dove nasce Nomora, cosa significa oggi innovare nel mondo del vino e perché la vera rivoluzione non è togliere l’alcol, ma restituire significato al piacere di bere.
Nomora è una giovane realtà, ma il vostro approccio sembra già molto chiaro e definito. Da dove nasce l’idea di creare un’alternativa premium alcol-free e qual è stata la scintilla che vi ha fatto dire: “ok, questo è il momento giusto”?
Lavoro nel mondo del vino da più di vent’anni e sono da sempre un grande appassionato. Bere vini eccellenti è uno dei piaceri della vita, ma è chiaro che è un piacere che va limitato in quanto siamo tutti consapevoli di come un consumo eccessivo possa impattare sulla nostra salute. Inoltre, i miei nipoti ed i loro amici – tutti appartenenti alla Gen Z – mi hanno fatto aprire gli occhi sull’approccio che i giovani hanno con l’alcol rispetto alle generazioni precedenti.
Così, da tempo immaginavo un vino senza alcol che potesse sorprendere anche chi, come me, è abituato a bere vini veri, fatti bene. Amo il mondo dei “proxy”, alcuni kombucha in particolare li trovo straordinari. Ma quando si trattava di vini dealcolati, raramente ho trovato qualcosa all’altezza delle aspettative. Da qui nasce Nomora: dal desiderio di creare qualcosa di autentico, che non sia una semplice alternativa, ma una vera esperienza. Un vino senza alcol che possa piacere a chi ha scelto di non bere o di bere meno, ma anche a chi ama il vino e ne conosce il linguaggio.
Parlaci del vostro nuovo prodotto: che sapore ha l’esperienza Nomora? E cosa lo rende, secondo voi, qualcosa di diverso da tutto ciò che abbiamo assaggiato finora nel mondo no/low?
Se dovessi definire con una parola l’esperienza Nomora sarebbe: equilibrio. Le nostre bollicine nascono da uve nobili — Pinot Blanc e Pinot Noir — e sono il risultato di un processo artigianale e preciso, che mantiene integrità e identità del vino anche dopo la dealcolazione. In quasi tutte le mie degustazioni nel mondo no/low ho incontrato prodotti realizzati con varietà aromatiche o semi-aromatiche, spesso accompagnati da residui zuccherini piuttosto elevati.
Con Nomora, abbiamo voluto intraprendere una strada diversa: ricreare un’esperienza più simile al vino tradizionale, con zuccheri il più possibile contenuti, una buona acidità naturale, e la volontà di preservare il frutto in modo elegante e pulito, anche dopo il delicato processo di dealcolazione.
Quello che ci rende diversi nel panorama no/low è la nostra visione radicale: zero compromessi sulla qualità, sul gusto e sullo stile.
Spesso le start-up si trovano a scegliere: o puntare sul gusto o sulla narrazione. Nomora sembra voler unire entrambe le cose. Quanto conta, per voi, il racconto che accompagna il prodotto e come lo state costruendo?
Per noi il racconto non è un accessorio, ma l’anima visibile di quello che facciamo. Nomora nasce da un’idea chiara: portare nel mondo del vino dealcolato una nuova sensibilità, che tenga insieme profondità e piacere, consapevolezza e libertà, ricerca e bellezza. E questo non può prescindere da una narrazione coerente, autentica, curata. Ma tutto parte dal gusto. Il nostro primo obiettivo è sempre stato creare vini buoni. Non “buoni anche se dealcolati”, ma buoni e basta. Il gusto è il fondamento. Se non c’è qualità nel bicchiere, tutto il resto non ha senso. Il racconto nasce da questa qualità, e cerca di restituirne il senso: un’esperienza che non è solo sensoriale, ma anche emotiva, culturale. Per questo ci ispiriamo a un linguaggio morbido, luminoso, che parla di libertà e di presenza. Possiamo avere un ruolo nella vita di molte persone, e questa è una sfida eccitante.
Cosa significa per voi bere consapevolmente? E come pensate che un brand come il vostro possa contribuire a cambiare il modo in cui ci si approccia al bere, soprattutto nelle nuove generazioni?
Bere consapevolmente significa scegliere con presenza, con libertà, senza automatismi. Non si tratta di rinunciare al piacere, ma di restituirgli significato. Nomora nasce proprio da questa idea: offrire un’alternativa che non sia una ‘copia senza alcol’, ma una nuova espressione del vino, pensata per chi vuole vivere ogni momento con autenticità, anche quando sceglie di non bere alcolici. Per le nuove generazioni, sempre più attente alla salute, alla sostenibilità e alla qualità, il bere consapevole è già una realtà in crescita. Ma fino a poco tempo fa, mancava un prodotto che fosse davvero all’altezza di queste aspettative: buono, elegante, coerente. Con Nomora vogliamo colmare questo vuoto, proponendo un vino che sia credibile anche per chi ama il vino, fatto in maniera naturale. Crediamo che il cambiamento culturale parta da prodotti capaci di ispirare, non solo di soddisfare una funzione. Se il piacere resta anche senza alcol, allora abbiamo aperto una nuova strada.
Come vedi il futuro del settore e la possibilità che si arrivi ad un sistema strutturato di produttori che fanno massa critica e promuovono una cultura del mercato e del bere NOAL?
Il futuro del settore no/low non può che passare dall’aumento della proposta, soprattutto di qualità. Fino ad oggi, il segmento dealcolato è stato dominato da approcci industriali o da soluzioni pensate più per colmare un’assenza che per proporre un’esperienza piena. Oggi sta nascendo qualcosa di diverso: una nuova generazione di produttori, in Europa (in Germania non sono pochi i piccoli e giovani produttori che propongono almeno una versione alcol zero delle loro etichette) e non solo, che si pongono domande più profonde. Che cercano non solo di ridurre l’alcol, ma di costruire un nuovo linguaggio del piacere, dell’equilibrio, del gusto. In questo scenario, creare una rete culturale e produttiva è fondamentale. Parlo di una visione condivisa, capace di raccontare cosa può diventare il bere noal: non una rinuncia, ma una nuova scelta. Non una nicchia, ma un’espressione diversa del mondo del vino, fatta con lo stesso rispetto e la stessa cura. Credo infine che la categoria avrà bisogno di un proprio nome, così come è stato, ad esempio, con il vermouth alla fine dell’Ottocento: un prodotto “nuovo” nato da una base vinosa, ma con una propria personalità, un proprio linguaggio, una propria cultura. Finché continueremo a definire questi prodotti come “dealcolati”, resteremo legati all’idea di mancanza, di qualcosa che è stato tolto. Invece dovremmo parlare di presenza: di gusto, di equilibrio, di libertà.

